Il documentario, a 40 anni dal massacro dei campi profughi palestinesi di Beirut, Sabra e Chatila, raccoglie testimonianze dei sopravvissuti e storie dei più giovani. Oltre a realizzare una ricostruzione storica delle fasi che portarono al massacro di centinaia, forse migliaia di palestinesi, soprattutto donne anziani e bambini, vogliamo porre uno sguardo attento sulla condizione dei profughi palestinesi oggi in Libano, sulle loro aspirazioni, raccontare come il sogno del ritorno nella loro terra di origine si scontri con la difficile realtà libanese e la netta chiusura di Israele al “diritto al ritorno”.
Partiremo per il Libano in occasione dell’anniversario della strage nei campi profughi e seguiremo le cerimonie di commemorazione, organizzando incontri ed interviste con palestinesi, libanesi e internazionali che da anni seguono la situazione.
Una volta rientrati in Italia, il materiale verrà montato e trasformato e il documentario, sotto l’occhio attento di una consulenza specializzata alla regia e alla post-produzione, verrà diffuso online in maniera gratuita.
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Il documentario, a 40 anni dal massacro dei campi profughi palestinesi di Beirut, Sabra e Chatila, raccoglie testimonianze dei sopravvissuti e storie dei più giovani. Oltre a realizzare una ricostruzione storica delle fasi che portarono al massacro di centinaia, forse migliaia di palestinesi, soprattutto donne anziani e bambini, vogliamo porre uno sguardo attento sulla condizione dei profughi palestinesi oggi in Libano, sulle loro aspirazioni, raccontare come il sogno del ritorno nella loro terra di origine si scontri con la difficile realtà libanese e la netta chiusura di Israele al “diritto al ritorno”.
Partiremo per il Libano in occasione dell’anniversario della strage nei campi profughi e seguiremo le cerimonie di commemorazione, organizzando incontri ed interviste con palestinesi, libanesi e internazionali che da anni seguono la situazione.
Una volta rientrati in Italia, il materiale verrà montato e trasformato e il documentario, sotto l’occhio attento di una consulenza specializzata alla regia e alla post-produzione, verrà diffuso online in maniera gratuita.
Presentato il trailer del documentario. Manca poco alla prima e al tour dei prossimi mesi.
https://pagineesteri.it/2022/11/27/medioriente/documentario-il-cielo-di-sabra-e-chatila-40-anni-dal-massacro/
Erano del campo libanese di Nahr al Bared i profughi, la maggior parte, annegati in una delle ultime ”tragedie” del mare. Lo abbiamo visitato solo pochi giorni fa.
Tragedie. Può capitare così spesso e chiamarsi comunque tragedia?
I bambini nei campi profughi sono numerosissimi. Camminano per i vicoli stretti e nel mercato. In tanti lavorano dietro i banchi a vendere frutta, abiti, scarpe oppure trascinano sacchi, guidano spericolate carriole infilandosi tra i passanti e i motorini. Le scuole dell'Unrwa e quelle delle associazioni ne accolgono tanti. Ma un numero grande rimane per strada.
Abbiamo intervistato Sari Hanafi, Professore di Sociologia alla UAB, Direttore del Centro per gli studi arabi e del Medio Oriente e Direttore del programma di studi islamici presso l'Università americana di Beirut. È Presidente dell'Associazione Sociologica Internazionale. Da sempre i suoi studi e le sue opere si occupano della condizione dei rifugiati palestinesi.
Il Libano è un paese al collasso.
Dopo l’esplosione al porto di Beirut tutto è peggiorato. Ci sono continue interruzioni di corrente, la benzina per i generatori scarseggia, dopo il tramonto si cammina con le torce o con la luce del telefono. Il valore della lira libanese continua a crollare e si gira con mazzi enormi di banconote. Pagare con euro o dollari è diventato difficilissimo perché non si hanno abbastanza banconote per il resto.
La miseria è diffusa e in tantissimi rovistano tra i rifiuti, adulti, anziani e bambini.
Nonostante tutto ciò, Beirut conserva un fascino senza tempo.
I campi profughi siriani sono spesso i più poveri. In fuga dalla guerra, nel sud del Libano lavorano gratis la terra dei proprietari libanesi per poter, in cambio, sistemare lì vicino le proprie baracche. In mezzo al nulla, lontani da case, scuole, ospedali, vivono in condizioni estremamente misere.
Il campo profughi di Nahr el-Bared fu distrutto nel 2007 durante la guerra tra il gruppo armato Fatah al-Islam e l’esercito libanese. Più di 27.000 palestinesi hanno dovuto abbandonare, di nuovo, le proprie case. Quando sono tornati hanno trovato abitazioni, scuole, ospedali e uffici rasi al suolo. Dopo 15 anni la ricostruzione non è ancora terminata e i segni dei bombardamenti sono ben visibili.
Il cielo di Sabra e Shatila è un groviglio nero di cavi elettrici. Spesso grondano acqua. ”Quando piove è pericoloso camminare”, ci dice Hanane “molte persone sono morte fulminate”.
Il campo profughi di Beddawi (Tripoli) è stato costruito per 17.000 persone. Attualmente ci vivono 60.000 tra palestinesi e siriani in fuga dalla guerra. A pagarne il conto più caro sono i bambini. Ed è a loro che ”Il cielo di Sabra e Shatila dedica una particolare attenzione”.
Nei campi profughi palestinesi del Libano del sud, come in quelli del nord, si ricorda il massacro di Sabra e Shatila con momenti di raccoglimento, celebrazioni, danze e musica tipica palestinesi.
Le celebrazioni del 16 settembre, tra emozione e ricordo, hanno visto la partecipazione di tanti bambini e bambine, in corteo con abiti tradizionali palestinesi e striscioni fino al memoriale.
Il documentario, a 40 anni dal massacro dei campi profughi palestinesi di Beirut, Sabra e Chatila, raccoglie testimonianze dei sopravvissuti e storie dei più giovani. Oltre a realizzare una ricostruzione storica delle fasi che portarono al massacro di centinaia, forse migliaia di palestinesi, soprattutto donne anziani e bambini, vogliamo porre uno sguardo attento sulla condizione dei profughi palestinesi oggi in Libano, sulle loro aspirazioni, raccontare come il sogno del ritorno nella loro terra di origine si scontri con la difficile realtà libanese e la netta chiusura di Israele al “diritto al ritorno”.
Partiremo per il Libano in occasione dell’anniversario della strage nei campi profughi e seguiremo le cerimonie di commemorazione, organizzando incontri ed interviste con palestinesi, libanesi e internazionali che da anni seguono la situazione.
Una volta rientrati in Italia, il materiale verrà montato e trasformato e il documentario, sotto l’occhio attento di una consulenza specializzata alla regia e alla post-produzione, verrà diffuso online in maniera gratuita.
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Erano del campo libanese di Nahr al Bared i profughi, la maggior parte, annegati in una delle ultime ”tragedie” del mare. Lo abbiamo visitato solo pochi giorni fa.
Tragedie. Può capitare così spesso e chiamarsi comunque tragedia?
I bambini nei campi profughi sono numerosissimi. Camminano per i vicoli stretti e nel mercato. In tanti lavorano dietro i banchi a vendere frutta, abiti, scarpe oppure trascinano sacchi, guidano spericolate carriole infilandosi tra i passanti e i motorini. Le scuole dell'Unrwa e quelle delle associazioni ne accolgono tanti. Ma un numero grande rimane per strada.
Abbiamo intervistato Sari Hanafi, Professore di Sociologia alla UAB, Direttore del Centro per gli studi arabi e del Medio Oriente e Direttore del programma di studi islamici presso l'Università americana di Beirut. È Presidente dell'Associazione Sociologica Internazionale. Da sempre i suoi studi e le sue opere si occupano della condizione dei rifugiati palestinesi.
Il Libano è un paese al collasso.
Dopo l’esplosione al porto di Beirut tutto è peggiorato. Ci sono continue interruzioni di corrente, la benzina per i generatori scarseggia, dopo il tramonto si cammina con le torce o con la luce del telefono. Il valore della lira libanese continua a crollare e si gira con mazzi enormi di banconote. Pagare con euro o dollari è diventato difficilissimo perché non si hanno abbastanza banconote per il resto.
La miseria è diffusa e in tantissimi rovistano tra i rifiuti, adulti, anziani e bambini.
Nonostante tutto ciò, Beirut conserva un fascino senza tempo.
I campi profughi siriani sono spesso i più poveri. In fuga dalla guerra, nel sud del Libano lavorano gratis la terra dei proprietari libanesi per poter, in cambio, sistemare lì vicino le proprie baracche. In mezzo al nulla, lontani da case, scuole, ospedali, vivono in condizioni estremamente misere.
Il campo profughi di Nahr el-Bared fu distrutto nel 2007 durante la guerra tra il gruppo armato Fatah al-Islam e l’esercito libanese. Più di 27.000 palestinesi hanno dovuto abbandonare, di nuovo, le proprie case. Quando sono tornati hanno trovato abitazioni, scuole, ospedali e uffici rasi al suolo. Dopo 15 anni la ricostruzione non è ancora terminata e i segni dei bombardamenti sono ben visibili.
Il cielo di Sabra e Shatila è un groviglio nero di cavi elettrici. Spesso grondano acqua. ”Quando piove è pericoloso camminare”, ci dice Hanane “molte persone sono morte fulminate”.
Il campo profughi di Beddawi (Tripoli) è stato costruito per 17.000 persone. Attualmente ci vivono 60.000 tra palestinesi e siriani in fuga dalla guerra. A pagarne il conto più caro sono i bambini. Ed è a loro che ”Il cielo di Sabra e Shatila dedica una particolare attenzione”.
Nei campi profughi palestinesi del Libano del sud, come in quelli del nord, si ricorda il massacro di Sabra e Shatila con momenti di raccoglimento, celebrazioni, danze e musica tipica palestinesi.
Le celebrazioni del 16 settembre, tra emozione e ricordo, hanno visto la partecipazione di tanti bambini e bambine, in corteo con abiti tradizionali palestinesi e striscioni fino al memoriale.