Come crescere i figli nel mondo digitale?

EduGamers for kids 4.0, un progetto dedicato ai genitori in cerca di risposte ai dubbi educativi sul rapporto tra ragazzi e videogiochi

Oggi essere genitori e migranti digitali è un bel fardello.

Molti genitori sono in confusione nel quotidiano confronto/scontro con i loro figli nativi digitali, con il loro nuovo modo di giocare, di pensare, di apprendere, con i loro scleri alla consolle. 

Dunque, che fare?

Ce lo racconta Serena Naldini con il suo progetto EduGamers for kids...

Ciao Serena, parlaci del team di EduGamers for kids: chi siete?

Io sono Serena, giornalista pubblicista, responsabile della comunicazione per Crescere Insieme, onlus torinese attiva da oltre 40 anni nei servizi educativi. Tanti anni fa, quando ancora abitavo a Firenze, mentre mi stavo laureando in filosofia, ho avuto la necessità quasi fisica, in mezzo a tante disquisizioni teoretiche, di svolgere un mestiere concreto, fatto di rapporti, emozioni, vissuti. Ho trovato un’occupazione molto particolare, di cui non avevo mai sentito parlare prima di allora: l’educatrice di strada. Mi riusciva bene, e mi piaceva molto. Fin da subito ho apprezzato la dimensione completamente destrutturata del lavoro, la capacità che richiedeva di inventarsi modi per acchiappare l’attenzione dei ragazzi, di instaurare relazioni e poi nutrirle di contenuti educativi, senza nessuna cornice istituzionale. Non c’era bisogno di grandi qualifiche all’epoca. Poi piano, piano, le ho anche acquisite. Avevo sempre avuto voglia di cambiare il mondo e, facendo quel lavoro, gesto dopo gesto, mi sembrava davvero di contribuire a farlo. Parole come solidarietà, comunità, sociale si sono riempite di volti, di voci, di storie. Da quel momento, il non profit è rimasto sempre il mio universo.

Co-founder di EduGamers for kids 4.0 è Mauro Maurino, il direttore di Crescere Insieme, nonché mio compagno nella vita. Cooperatore di lungo corso e formatore, anche lui è stato educatore di strada, nella Torino dei primi anni ’90.

All’origine della storia dell’organizzazione di cui siamo soci, c’è l’apertura delle prime comunità per minori. Prima di allora, questo tipo di struttura non esisteva. I bambini senza famiglia o con problemi conclamati di maltrattamenti venivano inseriti in istituti. Si poteva anche decidere di dividere un gruppo di fratelli, se le differenze d’età non avessero consentito una collocazione nella stessa struttura. Fu proprio di fronte a un caso del genere, per accogliere 5 bambini rimasti orfani in seguito a un uxoricidio, che i fondatori di Crescere Insieme presero in affitto un alloggio. 

Per questo Crescere Insieme si chiama così. Nel tempo, ha dato risposte ad altri bisogni sociali, aprendo servizi per anziani, per migranti, per portatori di handicap. Abbiamo sempre cercato di non fermarci ai modelli consolidati dei servizi. Per guardare oltre, verso progetti capaci di rispondere anche ai bisogni e ai desideri emergenti.

Com’è nata l’idea degli EduGamers?

L’idea dell’EduGamer è nata, a bordo di una piscina, in Sardegna. Mentre i miei figli sguazzavano nell’acqua, io lavoravo a un’esercitazione per il test finale di un percorso formativo sul crowdfunding organizzato dall’European Crowdfunding Center della Città di Torino. Essendo solo un’esercitazione, ho tolto il freno alla fantasia dando forma a una visione che metteva insieme le preoccupazioni mie e di mio marito per le reazioni irruente di nostro figlio davanti alla Playstation, alcune intuizioni da ex educatrice e poche letture sparse, abbastanza allarmanti rispetto al fenomeno della dipendenza da video games. Su questo terreno è nata la figura dell’EduGamer, un educatore con competenze da gamer, che supporti, consigli e formi i genitori disorientati come la sottoscritta a partire non da pura teoria, ma da sessioni pratiche di gioco online con i ragazzi

Da quel momento, l’idea è cresciuta ed è diventata il tema di un progetto vero e proprio. 

Il mio atteggiamento, rispetto ai videogiochi, è sempre stato improntato alla curiosità, ma come molti di coloro che vantano un passato solidamente analogico, sono più felice se i miei figli scorrazzano in un prato, piuttosto che impallidirsi davanti agli schermi. C’è stato un fatto, però, che ha dato corpo alla certezza che i ragazzi di oggi possiedono un modo radicalmente diverso di percepire la realtà. E che, con questo modo, dovevo provare a dialogare se volevo avere un rapporto migliore con i miei figli. 

La mia piccola, all’età di 7 anni, ha distrutto in pochi, involontari clic, un mondo di Minecraft costruito dal fratello di 10 anni. Per realizzarlo, lui aveva impiegato un’ora o due al giorno per circa una settimana. Ha quindi avuto una reazione di disperazione che, lì per lì, mi ha inchiodato per l’intensità. Fosse stata solo leggermente meno forte, avrei probabilmente optato per reagire con una classica arrabbiatura. Ma quella intensità mi ha consentito di percepire quanta “realtà” mio figlio sentisse in ciò che per me era sempre stato “solo virtuale”. Mi è sembrato davvero di capire il suo disappunto, e gliel’ho comunicato così come l’ho sentito, senza filtri. Capisco cosa senti, gli ho detto. Lui ha smesso di colpo di piangere, dicendomi che adesso era tutto a posto. Era bastato fargli sentire la mia presenza di madre, fargli sentire che comprendevo ciò che sentiva. Esattamente come avrei fatto se fosse stata distrutta una costruzione di lego che avesse richiesto la stessa settimana di lavoro. Dopo questo episodio, ho chiesto a mio figlio di darmi lezioni di Fortnite. Lui, orgoglioso, si vantava con i suoi amici della sua mamma gamer. Ha una bella mira, diceva. Ma non era mica vero, ero una frana. Nonostante questo, lui desiderava farmi entrare nel suo mondo, aveva voglia di spiegare, di farmi provare, di farsi ammirare nelle prodezze. Riconduco anche a queste esperienze personali l’origine di questo progetto.

Come pensate che possa cambiare il rapporto genitore-figlio grazie all’EduGamer? 

È del tutto comprensibile che noi genitori, migranti digitali, non sappiamo bene come crescere i nostri figli in un mondo che è così diverso da quello in cui siamo cresciuti. 

Ma pensiamo un momento a questo fatto. Gli episodi che accadono a scuola e quelli che riguardano le attività extra-scolastiche sono discussi e commentati in famiglia. Si aiutano i ragazzi a esprimere i sentimenti, gestire i conflitti, risolvere i problemi. Prendiamo anche il ruolo di arbitri, quando è il caso. Perché non dovrebbe accadere la stessa cosa quando si parla di videogiochi? Perché alziamo le mani in segno di resa fuori dai confini della mappa di Fortnite?

L’EduGamer ci aiuterà a non avere paura di qualcosa che non si conosce. Ci supporterà nel nostro ruolo di guide educative. Ci metterà nelle condizioni di trattare il tema videogiochi in modo pacato, senza paura e senza indifferenza. 

Come si può continuare a ignorare qualcosa che è così centrale nel vissuto quotidiano dei nostri figli? Come si può non essere curiosi di conoscere un po’ meglio le ragioni per cui adorano gli streamer, che ormai sono le nuove rockstar?

Nei confronti dei ragazzi, giocando online con loro, l’EduGamer lavorerà su quelle che costituiscono le ragioni principali delle incomprensioni tra genitori e figli: l’autoregolazione del tempo di gioco, il riconoscimento e la gestione delle emozioni in caso di sconfitta, l’equilibrio tra le varie attività della giornata.

Perché avete scelto la strada del crowdfunding e come pensate che esso possa arricchire il vostro progetto?

Quando abbiamo deciso di lanciare EduGamers for kids tramite crowdfunding, non eravamo pienamente consapevoli di ciò che avrebbe significato. Ci sembrava solo una buona forma per raccogliere contributi per lo start-up del progetto. 

Solo mano a mano che il percorso prendeva forma, ci siamo resi conto della ricchezza di opportunità insite nello strumento. Abbiamo compreso, innanzitutto, che era necessario trovare la voce giusta per raccontare la nostra idea oltre i soliti ambiti, forzando la cerchia delle relazioni tradizionali per incontrare communities e modi di pensare e agire differenti.

Devi essere più accurato, immaginare le domande che si faranno le persone interessate, ascoltare le critiche, farle tue e trovare soluzioni. Un impegno di questo tipo modifica anche il rapporto tra l’organizzazione e il mondo esterno: comunicare significa esporsi, costruire alleanze sui contenuti, lasciare terreni di competenza consolidata per esplorare aree meno note.

La campagna di crowdfunding, adesso, la consideriamo un test per il servizio che abbiamo immaginato. Vogliamo verificare se il desiderio di orientamento dei genitori rispetto alla presenza massiccia dei video games nella vita dei propri figli e l’esigenza di dare tregua alle proprie preoccupazioni su un fenomeno che non hanno mai sperimentato in prima persona possano tradursi in una domanda precisa; e se il servizio che abbiamo delineato possa essere ritenuto, almeno in parte, una risposta a tale domanda. 

Non ci rivolgiamo solo ai genitori, ma anche agli insegnanti, agli educatori, a coloro che svolgono un ruolo educativo. Infatti, tra i servizi possibili, oltre a consulenze educative e sessioni di gioco online con l’EduGamer, vi sono laboratori per le scuole e per i circoli aggregativi. 

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