A Internazionale tra collaborator e hacker

Siamo stati a Ferrara dal 3 al 4 ottobre per il Festival di Internazionale ed ecco cosa abbiamo capito

Se condividi tu condivido anch'io

Nel panel dedicato alla sharing economy - sabato 3 - i relatori Albert Cañigueral, Christian Iaione, Gea Scancarello e Marta Mainieri si domandavano se questa forma (di cui il crowdfunding è un'espressione - ndr.) vale economicamente la pena ovvero se rende. La risposta, come prevedibile, è stata «dipende».
Tutti infatti erano concordi sul valore etico della condivisione in sé ma quando si è passati al piano strettamente economico le posizioni hanno iniziato a farsi più "liquide": in Italia è difficile collaborare per via della troppa burocrazia... il primo passo devono farlo le aziende... solo con grandi investimenti si può aspirare a utili sostanziosi... e così via.

Ad un certo punto però Gea Scancarello ha ricordato che l'Italia è anche il Paese delle cooperative, ovvero di quelle forma d'impresa a scopo mutualistico che rappresenta l'espressione più interessante della condivisione perché è al tempo stesso lavoro ed impresa, partecipazione e responsabilità operativa.

Lezione n.1: la sharing economy è un affare se la fanno tutti o almeno la maggioranza, altrimenti diventa volontariato o donazione. La sharing economy è orizzontale ed una forma di collaborazione che include una valenza (convenzienza) economica, mentre le altre sono verticali e possono prendere la forma della social responsability per le aziende o neo-mecenatismo per i singoli.

Digito ergo sum

Domenica 4 sul palco del festival quattro donne si confrontavano sul rapporto tra tecnologia e sviluppo. Naturalmente anche in questo caso la "collaborazione" rappresentava il minimo comune denominatore delle diverse esperienze: che si trattasse di un'app per trattare i pazienti affetti da Hiv in Africa, di mappe opensource di zone colpite da calamità naturali o di azioni legate all'alfabetizzazione digitale, restava centrale per il raggiungimento di qualunque obiettivo la condivisione di saperi e risorse, senza le quali nessuna tecnologia è sufficiente.

Nel corso del dibattito Jepchumba, digital artist keniana, ha usato l'espressione "hackerare" per indicare l'approccio che ciascuno dovrebbe avere nei riguardi della tecnologia. L'idea che provava a trasmettere è che dobbiamo superare la fase "user" per arrivare ad un livello più alto e conscio della relazione con gli strumenti digitali e questo è possibile solo attraverso la collaborazione umana.

Lezione n.2: collaborare significa personalizzare ovvero anteporre le proprie esigenze e in base a quelle sviluppare soluzioni dedicate. Questo sgombra il campo dall'idea che collaborare sia la risposta totalizzante, al contrario la messa in comune solo nei casi in cui è la strada più vicina al problema stesso che s'intende risolvere.

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