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Il nuovo Michelangelo

Intervista a Jago, celebre social artist e progettista de Il Figlio Velato.

Gioia collettiva

Parlare dell’artista Jago equivarrebbe a ripetersi. Narrare la sua splendida forma d’arte, la sua tenacia, i successi ottenuti durante le esposizioni che si son tenute in giro per il mondo, è compito di critici, fan o giornalisti. Vogliamo affrontare il progetto de Il Figlio Velato in un modo diverso, completamente nuovo. Mettendo per un attimo da parte la bellezza dell’opera che l’artista ciociario si appresta a scolpire, pensiamo alla modalità in cui Jago ha voluto condividere il suo lavoro: il crowdfunding. Anzi, nello specifico si tratta di crowdfunding ma, in sostanza, stiamo parlando di una vera e propria rivoluzione. Questo è il Figlio Velato: la prima opera d’arte collettiva capace di cambiare per sempre il rapporto dell’arte con i suoi fruitori, istituire una sorta di mecenatismo 2.0, fare della scultura qualcosa di unico, condiviso.

Per capire la portata di una simile iniziativa, abbiamo avuto il piacere di intervistare Jago. 



Come ti sei avvicinato alla carriera d’artista?

Mi sono sempre occupato di arte, ma soltanto ora posso parlare di carriera artistica perché di arte vivo. Sono cresciuto in una famiglia di persone sensibili a questa materia: mia madre scultrice e insegnante di educazione artistica, mio padre architetto e mio fratello artista digitale, quindi il contesto è stato assolutamente favorevole e determinante ai fini del mio percorso. Oggi il mio unico desiderio è quello di realizzare le opere che più mi rappresentano, nel senso che sono molto poco disposto a fare quello che mi dicono gli altri. Io scolpisco per me, perché è a me che serve fare scultura, ma ho anche compreso che l'arte e' un grande gesto di restituzione, quindi in qualche modo so che lo faccio anche per gli altri, in questo senso cerco di avere rispetto e non pretendo che le mie cose piacciano a tutti i costi.

Quali sono gli artisti che ammiri maggiormente?

I grandi maestri della tradizione, quelli che sapevano usare mente, cuore e mano. È a loro che rivolgo il mio pensiero, il mio affetto e la mia gratitudine per l'amore che metto nella mia opera. Oggi chiunque può fare l'artista. Basta avere un'idea e il denaro per farla, qualcuno che la realizza lo trovi. Esistono personaggi illustri che non progettano, disegnano, scolpiscono, riprendono, fotografano, o minimamente partecipano al processo realizzativo di quella stessa opera che poi firmano e vantano di aver fatto. Persone che sfruttano il talento e le capacità di altri per provare l'ebrezza di sentirsi artisti. Gli artisti che ammiro, sono stati anche grandi imprenditori e ugualmente ottimi manager di se stessi, persone complete.

Qual è l’emozione più grande che hai provato durante la tua carriera?

Ogni volta che sono in procinto di cominciare una nuova opera, provo la stessa identica emozione. È una cosa strana che non so come descrivere, un fortissimo senso di sfida mixato ad un desiderio di realizzazione. Dimostrare a me stesso che sono in grado di farcela: più la sfida e' grande, più la sensazione e' forte. Come un bambino che va in cerca di guai per provare l'ebrezza di averla fatta franca, io vado alla ricerca di difficoltà sempre maggiori per provare a me stesso che sono di più di ciò che vedo riflesso nello specchio.



Quanto è difficile fare arte in Italia? Che differenze ci sono con gli altri Paesi?

Non so se è difficile fare arte in Italia, l'arte si può fare ovunque. Vivere d'arte e' difficile in Italia, soprattutto se vuoi essere indipendente e fare quello che dici tu. Le persone che possono permettersi di acquistare un'opera sono molto meno di quelle che desiderano acquistare una macchina, perché oltre ad avere una capacità economica, debbono possedere la sensibilità per capire che il loro investimento e' di carattere culturale e quindi a beneficio della collettività.

Hai un gran seguito sui social, qual è il tuo segreto?

Ho fatto un lavoro continuativo per molto tempo cercando di capire quale fosse il miglior modo per comunicare il contenuto della mia opera senza intermediazione alcuna. Ho capito che potevo utilizzare il social per entrare nelle tasche delle persone, non per prendere qualcosa, ma per lasciare contenuti. Ho fatto e continuo a fare moltissimi errori, ma sempre a beneficio della spontaneità perché non è facile tradurre la propria personalità e il proprio mondo in un algoritmo, ma di certo questo ti può aiutare ad arrivare ad un numero sempre crescente di persone che si riconoscono in ciò che fai. Esattamente come nella vita reale, metterci la faccia comporta dei benefici ma anche delle ripercussioni, e quindi bisogna imparare ad essere equanimi.

Hai progetti futuri oltre al Figlio Velato? Se sì, quali?

Io sono innamorato della mia terra, ma se non mi fossi allontanato, forse Il Figlio Velato non lo avrei mai realizzato, ma per mio fortuna ho anche amor proprio e penso che se una persona non è in grado di amare se stesso, non può amare nessun altro, neppure la proprio terra, quindi io oggi sono a New York per realizzare qualcosa che tornerà in Italia. Non mi dispiace sia andata cosi', è stato semplicemente necessario, quindi il mio obiettivo è portare a Napoli Il Figlio Velato. È possibile che per un po' resti qui a New York. Ci sono moltissimi progetti per il futuro, come ci sono sempre stati, ma oggi come allora preferisco concentrarmi sul presente.

Elenca tre motivi per i quali vale la pena sostenere il tuo progetto.

Per restituire alla collettività un reale senso di partecipazione alla creazione di un'opera pubblica.

Per fare un gesto unico nel suo genere che rimarrà scolpito per sempre nella memoria.

Per creare una nuova forma di mecenatismo a cui chiunque può partecipare.

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