Island of freedom

Intervista a Ettore Folliero, progettista de "La musica italiana alla Sziget Festival"

Un'idea nata nel 2011

Mancano 4 giorni, sembra un’impresa impossibile, ma è nata come tale. All’inizio quella di Ettore Folliero era solo una partecipazione al più grande festival musicale d’Europa: lo Sziget Festival. Organizzatore d’eventi, curioso e appassionato di musical, Ettore è rimasto colpito, come tutti i partecipanti, da quell’atmosfera unica e si è posto una semplice domanda: perché non portare la musica Italiana allo Sziget? La risposta, non solo a questa domanda, nell’intervista che segue.



Cos’è per te lo Sziget? Quante volte hai partecipato?

Per me il Sziget prima di essere il mo lavoro è un punto attorno al quale ha girato la mia vita dal 1999. Da quell'anno, la mia prima edizione, l'ho visitato ancora qualche volta come visitatore innamorato e poi via via con sempre più progetti in collaborazione da libero professionista. Questo del 2017 sarà il mio 18° Sziget.

Qual è la giornata tipo di un organizzatore d’eventi?

Dipende dai periodi e quanto siano in prossimità del periodo dell'evento. Possiamo dividere l'anno tipo in varie parti:

1) Finisce l'evento e insieme alla stanchezza ci si sente pieni, straripanti di energie e con 1000 idee nuove da mettere in pratica oppure idee per miglioramenti

2) Arriva la fase di stanca. Dopo qualche giorno si vorrebbe solo dormire. Il dispendio nervoso è tantissimo, l'ansia da risultato, le responsabilità, la paura anche economica, la aspettative del pubblico, le aspettative degli sponsor e non ultimo, l'aspetto tecnico che ha sempre bisogno di essere monitorato e aggiustato in corsa. Ne succede sempre una

3) Il lavoro di contatto con i partner, quello dell'ideazione di nuove attività, la scelta degli artisti, le battaglie con i management, l'odissea dei rapporti con gli sponsor che determinano anche la capacità di spesa. Il coordinamento dei collaboratori e dipendenti

4) La fase della vendita e l'avvicinamento al festival con la vita spesa al pc

5) Poche settimane prima del festival con la solitudine nelle proprie angosce e si ritorna al punto primo.

Qual è la situazione della musica in Italia?

Stiamo vivendo una buona fase. Non certamente la più originale dal punto di vista artistico ma almeno si assiste ad un ritorno di pubblico durante i live, i ragazzi non ascoltano solo i fenomeni mediatici ma c'è una scena indie che anche se con connotati molto pop, sta creando una buona economia che magari permetterà ai live club di riprendere fiducia nel mercato. Non ne erano rimasti molti e quelli che erano sopravvissuti non godevano di ottima salute, per fortuna la ciclicità dei fenomeni è quasi una certezza della nostra esistenza ed ora siamo in una buona fase esecutiva. Ripeto, dal punto di vista creativo non c'è molto ma almeno si ha avuto il coraggio di riprendere quanto di buono c'è stato nella musica italiana negli anni '70/'80 e su quelle basi sembra quasi aver ripreso un discorso abbandonato troppo presto in nome di un successo troppo televisivo o troppo web-centrico. I live sono tornati!

Perché i più grandi festival musicali europei sono tutti all’estero?

In Italia ci sono troppe chiusure. Sia da parte delle istituzioni e sia anche da parte di chi organizza. I grandi sponsor che avrebbero potuto dare una spinta alla creazione di grandi eventi come quelli europei, si sono affidati alle persone sbagliate e i risultati sono stati poco soddisfacenti. Da qui si è creata una sfiducia nei confronti del pubblico, si è data la colpa ai ragazzi italiani paventando la poca propensione partecipativa a questo tipo di manifestazioni, magari anche in campeggio. In verità poi si è visto come migliaia  dal nostro paese partecipavano ad un evento come il Sziget Festival e quindi molte risposte fornite con superficialità sono state confutate con i fatti. Oggi c'è un movimento che ha iniziato la rincorsa per recuperare il terreno nei confronti del resto d'Europa ma la strada è ancora lunga perché i grandi festival si fondando sia su buone economia consolidate negli anni e sia sullo storico da poter presentare alle istituzioni e agli sponsor. Quello che conta più di tutto se si vuole organizzare un grande evento internazionale, sono i servizi e l'integrazione con il territorio che lo ospita. Questi sono step che si raggiungono con il tempo. Non basta avere in cartellone grandi nomi della musica per diventare un festival importante.

C’è qualche giovane artista poco conosciuto che pensi avrà successo?

Ce ne sono molti che potenzialmente potrebbero riuscire. Con le nostre selezioni (Sziget & Home Sound fest) ascoltiamo tantissimi iscritti e una parte di quelli che ci provano sono assolutamente di ottima fattura. Non posso fare previsioni o non posso dire chi potrebbe farcela perché i fattori sono tanti e non dipendono solo dalla bravura. Il mondo della musica è un mondo fatto anche di capacità sceniche, di furbizia linguistica. Ci sono artisti che anche senza essere grandi musicisti arrivano bene al cuore delle persone e se è vero che la musica deve saper emozionare, non è solo l'aspetto tecnico che è importante. 

Com’è nata l’dea del crowdfunding? Prime sensazioni?

Mi piace anche capire come le persone e i giovani abbiano una visione d'insieme delle cose. Il crowdfundig in teoria dovrebbe essere una maniera per spingere un qualcosa in cui ci riconosciamo, qualcuno in cui crediamo o magari solo poter gioire delle gioie altrui con una condivisione di intenti. Poter esportare la nostra musica all'estero è un modo per farci conoscere come italiani in un ambito che quasi mai, dagli anni sessanta in poi, ci viene riconosciuto come un fattore positivo. Invece se riuscissimo a conquistare anche l'attenzione di un pubblico internazionale, ci sarebbero benefici non solo artistici ma anche dal punto di vista del turismo musicale sul nostro territorio. Come quando 100 giapponesi comprano un biglietto per Juventus-Milan, perché ci viene riconosciuta una capacità tecnica ed estetica del gioco del calcio, accadrebbe la stessa cosa con la musica. 

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