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Milano: crescita da record

Dimenticata Tangentopoli, la ricchezza pro capite è il doppio della media nazionale.

Altro che nebbia

«Ci eravamo chiusi in casa, avevamo chiuso in casa i muscoli e la mente», dice Paolo Pillitteri. «E ora: guardatevi intorno, com’è lontano il Novecento, quell’ultimo decennio del secolo e della grande vergogna di Milano, la città dove le luce s’era spenta e si viveva nella penombra della depressione e del senso di colpa».   

L’ultimo libro di Pillitteri si chiama Tutto poteva accadere, la biografia della city of lights degli Anni Ottanta, di cui lui era il sindaco socialista, rutilante di bellezza e di ricchezza e delle mille cose da fare di giorno e di notte, al lavoro e dopo, così piena della sua meraviglia da ignorare la malattia: il senso d’onnipotenza, una misura troppo disinvolta di sé, la corruzione elevata a codice. «Eravamo la capitale morale, diventammo la capitale delle tangenti», dice Pillitteri. Non si muoveva più pietra né si investiva un soldo, con tutti quegli occhi addosso, risentiti e accusatori. «È stata una botta, una botta tremenda», dice Sergio Dompé, fondatore della Dompé Biotec , che nel silenzio prende il largo proprio in quei cupi Novanta, farmaceutica e biotecnologie, e oggi è piantata nell’ombelico del mondo con partnership ovunque, specialmente negli Stati Uniti. «In quel decennio abbiamo perso capitali enormi», dice. «Soltanto nel mio settore, penso alla Carlo Erba che era della Montedison, di Raul Gardini, indagato e morto suicida nel ’93». La Carlo Erba passò prima a Kabi Pharmacia, poi a Johnson&Johnson. Ma non si può indugiare più di tanto. La depressione è andata via, e il malato non parla volentieri della malattia da cui è guarito. «Fu una botta, ma abbiamo smesso presto di piangerci addosso. Se continui a raccontartela poi la fai peggio di quello che è», dice Dompé. «Già alla fine del decennio Milano aveva ripreso a fare quello che sa fare. Cioè fare», dice Pillitteri.

Un tesoro sotto la Madonnina

Nel venticinquennale di Mani pulite, e nella distrazione degli affezionati alla rievocazione del male, Milano produce il 10 per cento del Pil nazionale, il Pil pro capite è di 45 mila euro, quasi il doppio della media nazionale (24 mila euro), ospita circa tremila multinazionali, un terzo di tutte quelle presenti in Italia, che impiegano quasi 300 mila dipendenti, la disoccupazione giovanile è al 22 per cento contro la media nazionale del 35, le transazioni immobiliari crescono del 20 per cento ogni anno, dal 2010 al 2015 sono arrivati 7,3 milioni di turisti, con una crescita superiore a quella di Parigi e Londra, e nelle grandi città europee inferiore solamente a quella di Berlino. Le cifre non tengono conto di Expo, che nel breve può essere giudicata come si vuole, ma nel lungo è quello che in economia si definisce un volano: le stime indicano un ulteriore aumento di turisti del 10 per cento nel 2016. Numeri spettacolari e riassumibili in uno: Milano è la quarta economia europea per crescita. Il tutto prodigiosamente immerso nella nebbia del Paese. 

Nuova mecca della finanza

«In un chilometro quadrato ci sono le prime tre banche del paese, Unicredit, Intesa e Banco Bpm dopo la fusione d’inizio anno. Ci sarà Unipol, la prima compagnia di assicurazione d’Italia, con la seconda e la terza, Generali e Allianz, che hanno appena ultimato i loro grattacieli. Ci sono le principali banche d’affari del mondo, Ubs, Deutsche bank, Goldman Sachs, Rotschild, Jp Morgan. Eppure nella finanza non siamo ancora abbastanza competitivi», dice Gabor David Friedenthal, managing director per l’Italia di Zeb consulting, società europea di consulenza specializzata in financial services. La svolta, dice Friedenthal, sarebbe l’arrivo (sempre da Londra, sempre Brexit) di Euroclearing, il mercato dei derivati in euro: «Milano compete con Parigi e Francoforte, siamo sfavoriti, ma le nostre possibilità si basano sul fatto che Lch Clearnet, la società che gestisce Euroclearing, appartiene alla Borsa londinese il cui gruppo controlla quella italiana, e non a quella di Francoforte. E Parigi fa paura per i ripetuti attacchi terroristici». Euroclearing porterebbe un Pil aggiuntivo di 30 miliardi l’anno e diecimila posti di lavoro specializzati, un’enormità.  

Orgoglio ritrovato

Aiuta che Milano abbia cinque linee della metropolitana, sei con il passante ferroviario, che Sala abbia tenuto la prima seduta della sua giunta al Giambellino, che il museo/fondazione Prada abbia sede in largo Isarco, periferia Sud della città, diventata subito una delle aree più ambite, che a Nord la Bicocca era una zona industriale poi abbandonata e intristita, e da anni trasformata nel grande polo universitario lombardo. Ancora non basta: niente basta mai. I prezzi di Milano sono molto alti. Qualcuno, non pochissimi, si accontenta di girare col naso all’insù, a godere della rifioritura di una città internazionale. Conta molto che i milanesi siano tornati orgogliosi. Conta moltissimo che stavolta Milano non si tirerà dietro l’Italia («perché questo è un mondo in connessione, Milano si tirerà dietro solo chi parlerà questa lingua», dice Dompé). Conta, più di tutto, che Milano ha ritrovato la sua élite, dove l’élite è il sindaco, il banchiere, il medico, e sei hai bisogno di pane élite è il fornaio, e il calzolaio se devi risuolare la scarpe. Da lavorare c’è. «La politica conta, ma conta soprattutto la società, quando sa muoversi tutta insieme», conclude Pillitteri dalla sua Milano, dove tutto poteva accadere, e tutto accade. 

Fonte La Stampa

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