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52 centesimi per la finanza alternativa

Mezzo euro: è quanto spende mediamente all'anno un italiano per la finanza alternativa.

Il prestito è cosa antica

Per risalire alle origini del peer to peer lending occorre tornare indietro nel tempo, prima della nascita delle banche. Chi aveva disponibilità finanziarie prestava soldi a chi ne avesse necessità. Come potete immaginare il rischio era alto e difficilmente si concedeva credito a persone non fidate.

Eppure con la nascita delle banche cambiò tutto. Operavano da intermediario tra chi disponeva di risorse finanziarie e chi no, diversificando il prestito su un certo numero di soggetti, diminuendo notevolmente il livello di rischio da sostenere.

Innovazione ed efficienza

Il peer to peer lending ha, in un certo senso, innovato e reso più efficiente la funzione un tempo svolta dalle banche.

Grazie alla tecnologia sono nate delle piattaforme che mettono in relazione soggetti interessati a prestare denaro con altri che hanno bisogno di risorse finanziarie. Il modello di misurazione del merito creditizio e i dati da cui attingono sono gli stessi di quelli utilizzati dalle banche ed analogamente al sistema bancario attribuiscono al prestito un rating e lo suddividono tra una molteplicità di investitori per frazionarne il rischio.

Ci sono però delle differenze: velocità e trasparenza maggiori e costi fissi minori.

I numeri nel mondo e in Europa

Nel 2013 il volume transato a livello mondiale sulle piattaforme di P2P Lending ha registrato il dato di 3,43 miliardi di dollari, nel 2015 si è passati a 25,1 miliardi. Il dato aggregato sui volumi della finanza alternativa nel 2015 ha presentato invece il valore di 34,4 miliardi di cui circa 1 miliardo in Europa (Inghilterra), in crescita del 72% rispetto al 2014, ma ancora meno del 3% sui volumi mondiali.

In Italia

Il contributo dell’Italia vale 32 milioni. Un decimo di quelli francesi e meno di un centesimo di quelli del Regno Unito. E come anticipato all’inizio di questo post, se calcoliamo il valore annuo investito pro capite nella finanza alternativa in Italia, il risultato è meno di una tazzina di caffè, 0,52 euro. Nel Regno Unito il dato è ben diverso, si arriva infatti ad un valore pro capite di 65,88 euro.

Perché siamo in ritardo?

La verità è che il P2P Lending non è ancora visto dagli italiani come una vera e propria asset class per diversificare i loro investimenti. E ciò forse anche a causa della normativa fiscale alquanto rigorosa e stringente. Gli interessi percepiti infatti devono essere riportati nella dichiarazione dei redditi e vengono tassati secondo l’aliquota marginale del prestatore, che per gli high net worth individualse per gli investitori professionali può arrivare fino al 43%.

E non è soltanto un problema di tasse: la vera ed effettiva causa del nostro ritardo è l’assenza di adeguati investitori istituzionali. Mentre a livello europeo il 44% dei prestiti sono stati finanziati da soggetti istituzionali, l’Italia attende ancora il loro ingresso in questa nuova area del mercato.

Cosa ci si aspetta?

Certo è che del P2P lending non smetteremo di sentir parlare e ciò sotto molteplici punti di vista – debito, investimento, sviluppo – e anche l’Italia non potrà ignorare questa nuova realtà. Noi italiani abbiamo una pessima abitudine: non vedere le grandi opportunità di crescita, quando le abbiamo. E questo perché da malinconici e nostalgici come siamo, per una ragione o per l’altra, il passato sembra sempre migliore della situazione attuale.

Occorre sradicare i concetti tradizionali di efficienza e modernità e crearne di nuovi che siano alla pari con i tempi presenti. Solo in questo modo potremo recuperare il nostro ritardo e, forse, anche arrivare in anticipo sulla nuova scena destinata a delinearsi nei prossimi anni.

Fonte Il Sole 24 ore

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