Nigat, l’alba di una nuova vita

Etiopia, un paese con grande orgoglio e amore per la vita da proteggere e tutelare.

18 nov 2020
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Gli Amici del Sidamo è un’associazione nata nel 1983. I volontari, prevalentemente ragazzi, spendono tutto il loro tempo libero e le proprie energie per aiutare i poveri dell’Etiopia.

Nel 2015, in Addis Abeba, l’Associazione dà vita a un progetto che ci ha appassionati dal primo istante: “Nigat for Young Mothers on the Streets”.

Nigat, in amarico, significa alba. L’obiettivo principale di questo progetto è infatti quello di costruire nuove vite e opportunità alle ragazze madri che vivono o rischiano di vivere in strada in Addis Abeba con i loro figli. 


Un’opera di accoglienza, accompagnamento e riabilitazione guidata da tutto l’amore possibile.
Un'opera che, oggi, ha bisogno del supporto di tutti noi: https://www.eppela.com/it/proj...


Francesca e Fabio, due volontari dell’associazione, ce lo raccontano nel dettaglio.

Non tutti sono a conoscenza della situazione socio-economica dell’Etiopia. Vi di raccontarci qualcosa in più di quello che sta succedendo nel paese?

L'Etiopia è una dei paesi più grandi e popolosi d’Africa, oltre cento milioni e moltissimi giovani, secondo solo alla Nigeria. Ha una storia millenaria di popoli con proprie lingue, tradizioni, spirito religioso che nei secoli hanno lottato per l’egemonia culturale e politica ma hanno anche vissuto in pace, unendosi hanno cresciuto nuove generazioni, hanno creato arte e civiltà. 

L'Etiopia è l'unica nazione africana mai colonizzata, che sconfisse con una resistenza popolare l'Italia fascista che tentò di occuparla – con estrema violenza e razzismo, come ormai la Storia ha sancito - dal 1936 al 1941. A metà degli anni Settanta fu capace di rigenerarsi con una rivoluzione che buttò giù dal trono un Imperatore per volere divino, Haile Selassie, sperando di dare finalmente “la terra ai contadini”, a chi lavora. Fu capace di un'altra rivoluzione alla fine degli anni Ottanta per cacciare il regime che non aveva mantenuto le promesse. E di un'altra rivoluzione ancora, questa solo pochi anni fa nel 2016, quando milioni di giovani dalle campagne chiesero più partecipazione, meno repressione, più diritti. Se non la democrazia compiuta, un’ideale di democrazia. 

Da pochi anni il premier è Abi Amhed, Doctor Aby per gli etiopi, che ha preso il Nobel per la Pace per la sua volontà di fare dell’Etiopia un paese con meno repressione, più partecipazione popolare. 

Ha avuto successo questo tentativo di passare da un’idea di regime a un'idea di democrazia? Solo in parte, perché il problema più grosso dell’Etiopia di oggi sono quelli che alimentano le divisioni “etniche”, di lingua e di cultura e di territorio; e lo fanno in principio con armi che conosciamo bene anche qui in Europa: l'odio propagato via social media, la disinformazione (le fake news, semplificando) come strumento manipolatorio. 

La menzogna e la paura come arte strategica. Ecco, quando si riaccendono vecchi rancori, divisioni di lingue e religione, il passo verso la pulizia etnica diventa breve: in due anni a migliaia gli etiopi sono morti di violenza etnica; e a milioni vivono questa condizione di precarietà e paure. 

Un giornale italiano ha fatto un titolo geniale sull’Etiopia di oggi e sul premier: Abiy Amhed, un nobel senza pace.

Ecco, queste cose vanno dette perché altrimenti ci si accontenta di parlare di Africa, di Etiopia in questo caso, raccontando una realtà fatta certo di situazioni reali – la precarietà della vita nelle campagne e nelle città, l'insicurezza alimentare e sanitaria, la parità di genere ancora conquistare – ma volendola semplificare, mettendo al centro solo la questione economica, la povertà di strutture e mezzi. In questo modo non si rende merito a un popolo con grande orgoglio e amore per la vita. 

C'è sempre il rischio, su questi argomenti, del “volontarcentrismo”, un approccio più gentile dell’eurocentrismo, ma che ha gli stessi vizi, gli stessi paraocchi; e allora diventa tutto stereotipo, anche le fotografie di uomini e donne e bambini nei loro momenti di sofferenza, che meritano rispetto, silenzio e lavoro.

Quali sono state le conseguenze della pandemia per le ragazze che arrivano dalle strade di Addis Abeba?

All'inizio della pandemia i volontari e i social worker hanno deciso di fare con le ragazze e i loro bambini una quarantena preventiva, portando avanti tutte le attività del progetto ma lasciando vivere le ragazze e i lavoratori all'interno del compound. Da una parte questo le ha costrette a fare i conti con una quotidianità diversa – non sempre i rapporti tra di loro sono semplici, soprattutto durante una convivenza forzata – ma dall'altra parte ha permesso loro di capire l'importanza della prevenzione e delle regole di distanziamento e igiene. 

Purtroppo, il Covid-19 ha raggiunto anche il compound del progetto: sono rimaste colpiti alcuni volontari, social worker e ragazze, fortunatamente con sintomi lievi.

Come nasce la vostra Associazione e perché è avete scelto di operare proprio in Etiopia?

Come Amici del Sidamo lavoriamo in Etiopia da molti anni, quasi quaranta ormai: da sempre in forte relazione con la chiesa cattolica, con progetti autonomi o in collaborazione su donne e bambini, scuola e formazione, orfanotrofi, disabilità… Sono progetti piccoli, che cerchiamo da sempre di seguire con dei nostri volontari e con lo staff locale. 

La ricetta (mai scritta, forse perché crediamo di averla scritta nel DNA del nostro gruppo) è quella del servizio alla gente e del lavoro insieme, a piccoli passi; partendo dai famosi “bisogni”, che non sono parole utili al progettese ma necessità concrete. E cerchiamo di farlo con umiltà; il solo pensarlo come virtù acquisita mal si adatta ai veri umili, e infatti è anch’essa una ricerca. Un esempio semplice ma molto concreto è studiare la lingua – sia l’amarico con il suo alfabeto di duecentosessanta segni o l’oromo – perché non è uno sforzo utilitaristico ma esprimere la vera volontà di stare con le persone. E la gente lo capisce.

Quando ci viene chiesto “Perché l’Etiopia” diciamo sempre che nessuno di noi ha scelto l’Etiopia, ma che in qualche modo ci è capitata, come un regalo. Negli anni Ottanta un sacerdote salesiano, don Elio, è stato mandato in missione in Etiopia. Gli amici lo hanno semplicemente seguito: alcuni accettando l’invito a passare del tempo giù in missione, altri sostenendo i progetti lavorando nei fin esettimana dall’Italia. Pian pano il gruppo ha deciso di concretizzarsi in un’associazione… e siamo arrivati fino qui. È una storia che è iniziata con l’amicizia, il passaparola e la fedeltà e che, come seme che porta frutto, si tramanda nelle nostre vite. In una delle nostre ricompense vi è il pdf del libro che un amico di don Elio scrisse per lasciare traccia di questo piccolo germoglio di vita: “Compagno di Viaggio”. 


Ecco, noi proviamo a rimanere così: compagni di viaggio.

Ci sono delle storie particolarmente significative che vi sono rimaste nel cuore e vi va di raccontare?

Il progetto del Nigat sorge nel cuore di Addis Abeba, una città frenetica e senza scrupoli. Il cancello del progetto è blu, con un sole che albeggia a riprendere il significato del suo nome: Alba. Quando si aprono i cancelli, si viene colpiti subito da un murales colorato: “quello lì e il giorno quando è sorto” ci ha detto una ragazza osservandolo. Ecco che, dopo alcuni mesi, quella ragazza ha capito: dalla notte a una nuova vita. Questo è il sogno. È stato il sogno per ognuna delle ragazze che hanno varcato quel cancello. Lo è stato per chi non ce l'ha fatta, per chi era traumatizzata, per chi ha mollato, per chi ora fa la prostituta, per chi è ricoverata in psichiatria... e lo è stato per chi ce l'ha fatta, per chi cucina, per chi fa il caffè per strada, per chi è tornata dalla famiglia a dire che sta bene, per chi manda a scuola il figlio ogni giorno, per chi condivide la tata con un'amica. 

Per chi ha vissuto in progetto è difficile inquadrare una storia, narrarla, donarla senza veli. Vi regaliamo, però, uno scorcio di vita extra-ordinaria del maggio 2019 scritto da una nostra volontaria.


Addis Abeba, 23 maggio.
Ore 6.45. Entriamo in progetto. La maggior parte delle ragazze sono già in giro che finiscono di sistemarsi per la gita. Ragazze e bambini sono di una bellezza incredibile. Ogni dettaglio è stato curato. Si sono acconciate i capelli a vicenda, truccate un po', “siamo sveglie dalle 5.30” dice Kalchidan. I bambini indossano il vestito della festa, quello più bello che hanno.
Saliamo sul pullman e ci dirigiamo verso sud, affrontando il traffico mattutino di Addis Abeba.
Guardo le ragazze e i loro 15, 17, 20 anni sono più che mai vivi su questi sedili: cantano, ridono, qualcuna accenna un ballo che esploderà col passare delle ore e con il farsi del giorno. Ognuna con il suo bambino in braccio, qualcuna lo fa quasi letteralmente volare tra le braccia di una caregiver o di qualcuno di noi, chiedendo qualche momento di pausa dal proprio bimbo che, invece, su questo pullman ci sta stretto; d’altronde non si addice a una ragazzina in gita…costringe un po' anche lei l’agitazione del bimbo.
Mi chiedo quando sia stato l’ultimo viaggio che hanno affrontato e mi rispondo che probabilmente è stato proprio quel viaggio pieno di paura verso la città, a cercare fuga, a cercare speranza, a cercare una strada….

Bereket dorme tra le mie braccia, Afto guarda attento fuori dal finestrino…. Allora è così che si “spengono” i due monelli del progetto!

Musica, danze, battiti di mani. Anche Tirhas con tutta la sua “chiusura” e la sua difficoltà a “starci dentro” batte le mani. La musica in questo Paese è una potenza davvero. Ognuna ha il suo posto nella danza della vita. Yeshi si alza, prende posto al centro del corridoio e, a suon di battito delle amiche, inizia a muoversi. I suoi movimenti sono qualcosa di indescrivibile. Spalle, collo, bacino, petto, spalle, collo, bacino, petto; i capelli volano leggeri e lei è bellissima. Le altre ragazze tengono il tempo, accompagnando la sua esplosione di vita.
Arriviamo a Zway, scendiamo a fare quattro passi attorno al lago. C’è emozione, voglia di immortalare il momento scattando foto di ogni sorta: da sole, col bambino, solo il bimbo, con l’amica, indicando il lago, con il lavoratore, …. Sifen prende in braccio Marcon, si siede e, indicando l’orizzonte, gli racconta cosa vede; Hiwot fa dondolare la bimba che ride guardando l’acqua; qualcuna puccia i piedi. L’entusiasmo coinvolge anche i lavoratori che partecipano con la stessa gioia delle nostre ragazze.
Dopo questa pausa ci dirigiamo verso il compound dei salesiani, dove Luca ci apre la casa dei volontari. “Mi casa es tu casa”: mai stato così vero. Mangeremo lì e useremo un salone dell’oratorio per dormire.
Dopo pranzo risaliamo sul pullman; destinazione: lago di Langano, un lago balneabile a mezz’ora da Zway.
Quando arriviamo ci viene dato un tappetone per i bambi. Le mamme, anzi, le ragazze, li lasciano lì e non pensano più a nulla: noncuranti del vento fresco si spogliano – chi più chi meno- e si buttano in acqua. Qualcuna addirittura si butta vestita per poi chiedermi “e ora come faccio? Ho solo un miniabito in borsa e questi vestiti sono tutti bagnati!”.
In acqua ci sono 25 mamme tornate ragazze, 25 ragazze in gita, 25 ragazze spensierate. Ridono insieme, rifioriscono.
Rahmet e Aftom affrontano le onde sulla riva con me, poi si cimentano a giocare con i secchielli.

Tornati a casa aspettiamo che sul falò cuocia la carne, i bimbi fanno cena e un ragazzo di Zway cui Paolo ha insegnato a usare la consolle inizia a mettere un po' di musica.

Osserviamo Hiwot e Tirhas che questo mese ci hanno fatto impazzire con i loro continui litigi; il loro rapporto ha avuto un cambiamento insperato dopo l’essersi riappacificate. Tirhas, che ha circa dieci anni più di Hiwot, le sta accanto, la aiuta con la bimba quando gioca, quando mangia, .. Sembrano due amiche da tempo. Eppure, si portano dietro la fatica dell’imparare a conoscersi, accogliersi, incontrarsi, … Ma, ecco, sbocciano. Le guardiamo con una gioia immensa.
Nell’attesa qualcuna balla, qualcuna chiacchera, qualche bimbo già dorme su un materasso in salone. Alcune ragazze cercano volti conosciuti sulla bacheca delle fotografie di casa volontari. “Lei è venuta una volta. Come si chiama?” “Francesca” “Ah, quindi in questa foto ci sono una Francesca e la nostra Francesca”.
E così passano i minuti che ci separano da una cena che è davvero un regalo.
Dopo cena Kalchidan esce dalla casa e richiede l’attenzione. Oggi Anania, la figlia di Alem, compie un anno. Il primo anno è il compleanno più importante. Un anno è la vittoria della vita. Un anno deve essere festeggiato. Alem ha portato i palloncini (che conserva da mesi) e il pane della festa. Il dj fa partire la canzone di buon compleanno. Festeggiamo Anania e il suo anno di vita, augurandole davvero anni di Vita.
Abba Dino ci passa a trovare con gli aspiranti salesiani, una quindicina di ragazzi, e il resto della comunità. Portano caramelle per tutti e i ragazzi hanno preparato un piccolo drama. Sono simpatici, le ragazze ridono. Alem e Meron rispondono con un altrettanto piccolo drama e una poesia scritta sui lavoratori del Nigat per ringraziare di essere lì. Era una settimana che ogni pausa pranzo confabulavano dentro una delle classi in progetto…
I ragazzi ci salutano e noi ci godiamo ancora un po' la serata e la musica. Danzano. Danziamo. Battiamo le mani e ridiamo. Siamo solo ragazze per qualche minuto. Solo ragazze vive nella felicità di questa giornata.

È proprio così. Le barriere e i ruoli si limano un po', tutto si fa più flessibile. E, al contempo, ci prendiamo cura delle nostre ragazze, delle nostre piccole madri “mi dai un pannolino?”, “hai già dato il latte al bambino?”, “la bimba ha mangiato?”, “Per favore, Fra, tienilo con te che con me non vuole più mangiare. Provaci.”. Ed è in questa flessibilità e cura che si vede risplendere il senso del nostro esserci.

La notte passa veloce, con qualche pianto e con i primi bambini che iniziano a giocare attorno alle 5.00. La giornata di venerdì ci vede varcare il cancello del WID, dove altre donne si ritrovano quotidianamente a lavorare, a rimettere insieme i pezzetti di vita che servono per ricominciare.
Per me rientrare al WID è sempre una gioia, vedere qualche volto noto, darmi il tempo di osservare quel luogo che ha dato tanto alla mia vita e, sicuramente, alla mia scelta di stare dalla loro parte. Facciamo un giro, le ragazze sono curiose di comprendere le storie delle altre ragazze e delle madri che vedono. Si siedono sotto la tettoia del Tokuma, dove lavorano le donne. Scatto una foto. Ragazze, donne; ognuna è madre; ognuna ha un futuro che la aspetta. E, sopra di loro, la scritta che ogni persona che passa del tempo lì dentro si porta a casa; un proverbio: kes be kes enculal be egherua teedallec. Passo passo l'uovo camminerà con le sue gambe. Non ha mai avuto così tanto senso. Circa ottanta cuori di donna pulsano e chiedono di imparare a camminare sulle proprie gambe.
Giochiamo, ci raccontiamo i rispettivi progetti, i percorsi, i cammini, le ragazze del Nigat inscenano due piccoli drama che, sempre questa settimana, hanno preparato per la gita. Ridono. La gioia è palpabile nell'aria.
Pranzo e via, risaliamo sul pullman. Felici ma sicuramente più stanchi, solo ogni tanto qualcuna accenna un battito di mani, un canto, una breve danza. Il pullman arriva davanti al cancello del Nigat; “siamo a casa nostra” dice qualcuna; “quando ripartiamo?” chiede qualcun’altra.
Si varca il cancello verso la strada, cariche di borse, vestiti da lavare, .. le preoccupazioni di sempre tornano a fare capolino nei cuori, … ma siamo anche cariche di emozioni, di quella gioia dello stare insieme bene, spensierate, leggere, … . E ognuna fa ritorno a casa.

La vostra è una campagna di crowdfunding di solidarietà ma avete comunque dato molta importanza alle ricompense. Ce ne parlate?

L’esperienza di Eppela è iniziata come un’idea tra amici durante una videochiamata: “Come possiamo rispondere ai bisogni dei progetti giù se non possiamo portare avanti le nostre attività?”.

La piattaforma ci ha dato la possibilità di mettere in gioco la creatività e buttarci in una nuova avventura. Un team si è messo in moto per creare qualcosa di fruibile, accessibile, quasi istantaneo e che raggiungesse molti: delle ricompense online in modalità asincrona di ... qualsiasi cosa! In poco tempo è partito il tam tam tra gli amici: “conosci qualcuno che ...”, “ma tu che fai giocoleria ci faresti qualche tutorial?”, “mia mamma è un’estetista”, …

Le persone coinvolte sono state molte, anche esterne al nostro Movimento e questo ci ha resi molto felici: il bene vince, ancora una volta.

Lo vediamo anche con la nostra campagna: le risposte repentine che abbiamo ci rendono molto felici perché, essendo una piccola associazione, questo ci permette di parlare della gente giù a molte più persone di quelle che, solitamente, riusciamo a raggiungere. 


Siamo certi che questo sia un seme potenzialmente pieno di vita per chi si lascerà fiorire.

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